Hot Pot Midterm USA 2026: Camera, Senato e cosa cambia dopo il voto

Tecnologia

Hanno fatto l’espresso con gli ultrasuoni, e funziona davvero

Un sistema a ultrasuoni prepara un espresso pieno con acqua fredda in 2-3 minuti, con un quarto dell'energia di una macchina classica.

A dramatic close-up macro photograph of a small espresso cup filled with rich dark coffee and a thick golden-brown crema on the surface, with abstract sound wave ripples and ultrasonic vibration patterns visualized in the liquid, tiny microscopic bubbles forming and collapsing within the coffee grounds nearby. The setting is a sleek modern laboratory environment with metallic scientific equipment partially visible in the background. Cinematic lighting with deep shadows and warm amber highlights on the crema, photorealistic editorial style, high detail, shallow depth of field.

In tazza è un espresso come tanti: scuro, denso, con la sua brava crema in superficie. A guardarlo, nessuno scommetterebbe che l’acqua un minuto prima era a temperatura ambiente.

A scavare dentro i granelli e tirarne fuori aroma, oli e caffeina ci ha pensato una vibrazione rapidissima, di quelle che l’orecchio umano non registra. Il fenomeno ha un nome, cavitazione: microbolle che si formano e collassano migliaia di volte al secondo, e collassando sparano minuscoli getti che fratturano la polvere di caffè. In un laboratorio australiano hanno chiuso tutto questo in una macchina da bar, e hanno dato da bere il risultato a cento persone. E come è andata? Ve lo scrivo tra pochissimo, solo qualche altro dettaglio sul dispositivo, e poi saprete.

A metterlo a punto è stato il gruppo di Francisco Trujillo alla University of New South Wales di Sydney, che ha pubblicato i numeri sul Journal of Food Engineering. I suoi ricercatori hanno preso una comune macchina da banco, le hanno tolto caldaia e pressione e ci hanno infilato un’asta metallica che oscilla a frequenze ultrasoniche contro il cestello del caffè. L’acqua entra fredda ed esce a una quarantina di gradi appena, scaldata solo di striscio dal suono. Un espresso pieno in due o tre minuti, ottenuto con il 24,3% dell’energia che chiede una macchina tradizionale. Un taglio intorno al 75%. E com’è?

Cento assaggi alla cieca

Il team di ricerca ha radunato 100 bevitori abituali di caffè e ha servito 4 tazzine in ordine casuale: 2 espressi, uno tradizionale e uno a ultrasuoni, più 2 caffè filtro fatti nello stesso modo. Su aroma, gusto, amarezza e gradimento, tra i due espressi non è uscita nessuna differenza statistica. Sul caffè filtro, addirittura, la versione a ultrasuoni è piaciuta di più. Tutte le tazze erano state raffreddate alla stessa temperatura e servite fredde, per non falsare il confronto: l’espresso bollente, in quella stanza, non l’ha bevuto nessuno.

Espresso ultrasuoni
Cento assaggiatori per quattro tipologie casuali di caffè. Le “good vibrations” non si contano.

Lo studio di Sydney in cifre

Pubblicazione: Naliyadhara et al., “Ultrasound enables espresso-strength coffee brewing in 2-3 minutes at low temperature with lower energy consumption”, pubblicato su Journal of Food Engineering (2026). DOI: 10.1016/j.jfoodeng.2026.113193.

Dati chiave: consumo pari al 24,3% di una macchina tradizionale; 100 assaggiatori (58 uomini, 42 donne, dai 18 ai 60 anni); concentrazione del 9-10%, al limite inferiore della resa ideale fissata dalla Speciality Coffee Association (18-22%); prototipo costruito su una macchina Ascaso; brevetto WO2025/118023A1 in attesa, intestato all’ateneo.

Che il suono faccia del lavoro fisico al posto del calore, da queste parti, non è una sorpresa. Nel 2022 raccontammo come le onde sonore acceleravano la produzione di idrogeno verde, sfruttando la stessa cavitazione; più di recente gli ultrasuoni sono serviti perfino a rendere il vetro idrorepellente. Il caffè, però, è una materia permalosa: cambia con la tostatura, con la grana della macinatura, con l’acqua del rubinetto e con l’umidità in aria. Una variabile in più ha senso solo se resta governabile. Sennò è solo rumore.

L’espresso che finirà in bottiglia

Trujillo non pensa alla tazzina del mattino. Il guadagno vero, dice, sta a monte: le aziende che producono caffè pronto da bere su scala industriale, dove un quarto dell’energia e qualche minuto risparmiato pesano sui conti di fine anno. Lo stesso sistema sforna un concentrato da diluire poi in bevande al latte o in cold brew.

C’è anche chi, nel frattempo, prova a coltivare il caffè in laboratorio partendo dalle cellule: il chicco, da più parti, sta diventando “contendibile”.

Dal laboratorio alla tazza

Orizzonte stimato: 3-7 anni per l’industria del pronto da bere, parecchio più incerto per il bar e per la cucina di casa.

Servono macchine industriali stabili e certificate, da pulire a fondo dopo ogni ciclo, e prove su tostature e miscele diverse che il paper non ha portato fino in fondo.

Così il primo espresso a ultrasuoni che molti di noi assaggeranno arriverà da una bottiglia sullo scaffale, tiepido per scelta, e nessuno, nel versarlo, penserà al suono che l’ha tirato fuori dai chicchi.

Beh, io continuerò a fare il suono della moka con la bocca: certi ricordi vibrano a frequenze più alte.

Gianluca Riccio

Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto - Studi e competenze per scenari futuri. Seguilo su LinkedIn