Una scatola di alluminio da 610 chili, costruita dalla Johns Hopkins APL è partita nel novembre 2021 su un Falcon 9, costo totale 324,5 milioni di dollari (circa 299 milioni di euro). Si chiamava DART ed è l’unica volta in cui l’umanità ha spostato davvero un sasso celeste: una “spallata” a 22.000 km/h. Oggi, però, i laboratori americani stanno simulando qualcosa di molto meno elegante: la deflessione nucleare.
I ricercatori dei Sandia National Laboratories hanno iniziato a costruire modelli tridimensionali per capire cosa succede se fai esplodere un ordigno nucleare a qualche centinaio di metri da un asteroide. E come è finita? Chiedo per Bruce Willis.
Come funziona davvero la deflessione nucleare (niente esplosioni alla Armageddon)
Il meccanismo è quello dell’ablazione. La detonazione sprigiona raggi X che vaporizzano lo strato superficiale della roccia. Quel vapore che schizza via funziona da micro-razzo, e spinge il corpo dalla parte opposta. Nessun fungo atomico: nel vuoto non c’è onda d’urto.
Nel 2024 il team di Nathan Moore aveva già provato il principio in laboratorio con la Z machine. Bersagli di quarzo grandi come un’unghia, spinte misurate nell’ordine dei 70 metri al secondo. I modelli bidimensionali, però, assumevano asteroidi sferici e lisci. Gli asteroidi veri sono bitorzoluti, pieni di crateri e spesso sono mucchi di detriti tenuti insieme dalla gravità, quindi la superficie reagisce in modi che una simulazione piatta non vede. Da qui il passaggio al 3D di cui parla il comunicato che mi ha raggiunto.
La ragione per cui questa strada torna di moda è aritmetica. Un impattatore cinetico come DART sposta un bersaglio di 160 metri, non uno di 500. E soprattutto richiede anni di preavviso.
Il trattato del 1967 e altri dettagli fastidiosi
C’è un documento firmato a Londra, Mosca e Washington nel 1967, l’Outer Space Treaty, che all’articolo IV vieta di mettere in orbita terrestre armi nucleari e di installarle su corpi celesti. L’hanno ratificato oltre 110 Paesi. Nessuno di loro ha mai spiegato cosa succede se un corpo celeste sta arrivando verso di noi.
Poi c’è la parte che nessun laboratorio simula: trovarli. Lo abbiamo scritto parlando di difesa planetaria e cataloghi incompleti. La faccenda di 2024 YR4 e della Luna lo ha reso meno teorico. Un oggetto da 60 metri individuato con 18 mesi di anticipo non lascia tempo per progettare una missione, costruirla e lanciarla.
DART, dall’approvazione all’impatto, ci ha messo sette anni.
Quanto manca a un piano operativo
Forchetta realistica: 10-20 anni prima che esista una procedura approvata. Gli ostacoli non sono fisici. C’è il divieto del trattato del 1967, e manca un’autorità internazionale che decida chi preme il pulsante. Soprattutto, un test a pieno titolo violerebbe il bando sugli esperimenti nucleari.
I primi a usare questi modelli saranno i programmi di simulazione delle armi, che girano sugli stessi codici. Quello che ridimensiona tutto: senza un telescopio che individui l’oggetto con decenni di anticipo, la simulazione migliore del mondo resta un file su un server del New Mexico.
Mi colpisce che la tecnologia più spaventosa che abbiamo prodotto venga ora studiata come assicurazione sulla vita. È lo stesso rovesciamento che capita quando una tecnologia nata per un uso finisce a servirne un altro. Solo con una posta in gioco un filo più alta.
La domanda che mi porto dietro, comunque, non riguarda la fisica: quella almeno sulla carta regge. Riguarda la sala in cui, un giorno di cui non sappiamo la data, qualcuno dovrà autorizzare una deflessione nucleare con poche settimane di margine e un trattato di 60 anni da aggirare.
Chi siederà a quel tavolo, esattamente?
