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Gadget in abbonamento: di chi sono i dispositivi che pagate?

I gadget in abbonamento smettono di servire quando un'azienda chiude il server: otto casi in due anni, con date, cifre e leggi.

Una mano che esce da una nuvola di server tiene il guinzaglio di un robot aspirapolvere: gadget in abbonamento

Un robot aspirapolvere comprato nel novembre 2018 ha il motore a posto e un solo pulsante che risponde ancora. Mappe e app abitavano su un server che l’azienda ha spento. Rientra tra i gadget in abbonamento anche se non ha mai mandato una fattura: funziona finché qualcuno, da qualche parte, decide che debba funzionare.

Ho passato la notte tra comunicati di produttori e reclami di consumatori, con una domanda in testa che il diritto civile risolverebbe in due righe e che il mercato risolve in un altro modo. Di chi è un dispositivo che ho pagato e portato a casa, se serve a qualcosa solo finché verso un canone o finché un’azienda tiene acceso un computer che non vedrò mai? Qui sotto trovate otto casi con date e cifre, due grafici fatti da noi e il confronto con quello che scrivemmo su queste pagine dal 2019. In fondo, separati dal resto, ci sono i miei sfoghi.

Neato e Vorwerk: il robot che sa premere un solo pulsante

L’apparecchio è un Neato Botvac D7 Connected. Il suo proprietario lo scelse nel 2018, racconta in un reclamo pubblicato da Altroconsumo, per la mappatura nel cloud e il comando da remoto. Quando Vorwerk, che controlla Neato, ha sospeso il servizio, il robot è rimasto utilizzabile solo in modalità manuale, senza app e senza mappa. Il reclamo lo definisce «strutturalmente e meccanicamente perfetto». Cita poi un procedimento dell’Antitrust, il PS13069, aperto il 23 aprile 2026 contro Vorwerk Italia per pratica commerciale scorretta.

Avvenire ha raccontato il caso con un titolo che si legge in un fiato, «Il robot non è più smart». Ricorda anche una stima di Statista: più del 70% dei dispositivi smart home passa dal cloud per funzionare. In altri termini, sette oggetti connessi su dieci portano al collo un guinzaglio lungo quanto la pazienza contabile di un’azienda altrui.

Il motore del robot, lo ripeto, è perfetto. Ciò che il proprietario ha perso non si vede e non si pesa, perché è la mappa della sua casa, quella che il suo robot aveva percorso metro per metro e che stava nell’archivio di qualcun altro. Un lettore attento domanderà cosa c’entrino i gadget in abbonamento, visto che qui nessuno ha pagato un canone. C’entrano, perché il canone è la forma più onesta del guinzaglio: almeno la fattura si vede.

Gadget in abbonamento con la data di morte: Car Thing e AI Pin

Il caso più ripulito dalla retorica è lo Spotify Car Thing, uno schermo da cruscotto venduto a circa 83 euro. Spotify ha annunciato che dal 9 dicembre 2024 ogni esemplare sarebbe diventato inutilizzabile, meno di tre anni dopo il lancio al pubblico. La motivazione parlava di domanda scarsa e di problemi di approvvigionamento. L’oggetto non aveva un canone, aveva un padrone che un giorno ha cambiato idea.

Humane ha fatto di meglio, se così si può dire. L’AI Pin è stato presentato il 9 novembre 2023 e consegnato da aprile 2024 a circa 643 euro, poi scesi a circa 459. Ci si aggiungeva un canone di circa 22 euro al mese per l’IA e la connessione cellulare. Il 28 febbraio 2025 i server hanno smesso di rispondere e i dati dei clienti sono stati cancellati in modo permanente. Chi l’ha usato da subito ha pagato per una decina di mesi. A conti fatti sono intorno agli 860 euro, per un oggetto che oggi vive in un cassetto.

HP ha comprato parti dell’azienda per circa 107 milioni di euro. I clienti hanno avuto tempo fino al 27 febbraio 2025 per chiedere il rimborso. L’asimmetria non entra bene in nessun grafico: l’hardware si incassa una volta, il canone ogni mese, e il rubinetto si chiude senza che il compratore abbia una leva da tirare.

Wemo, Nest e Futurehome: quando l’hub diventa un contratto

Belkin ha spento il cloud dei suoi Wemo il 31 gennaio 2026. Prese, interruttori, sensori di movimento e perfino elettrodomestici come le caffettiere sono rimasti vivi solo dove lavorano con HomeKit o con Thread. Startmag ricorda che PC World aveva titolato già a luglio che quei dispositivi sarebbero morti presto.

Google ha chiuso il supporto dei termostati Nest di prima e seconda generazione il 25 ottobre 2025. Il termostato continua a scaldare a mano, ma perde il controllo da remoto, l’assistenza presenza-assenza e il dialogo con l’app Google Home. Il primo Nest era uscito nel 2011, quindi quattordici anni di vita. Per un gadget sono un’eternità, per una caldaia un rodaggio appena concluso.

La variante norvegese si chiama Futurehome. L’azienda, già in bancarotta, dal 26 giugno 2025 ha reso a pagamento le funzioni principali dell’hub con un abbonamento di 1.188 corone all’anno, circa 107 euro. Le cronache riprese da Ars Technica dicono che senza canone i dispositivi tornano muti, dumb come si dice in un settore che li aveva venduti come smart. Tre aziende, tre scadenze, nessuna decisa da chi aveva comprato quei gadget in abbonamento.

Calendario dei blocchi sui gadget in abbonamento e sui dispositivi connessi, da dicembre 2024 a novembre 2026
Grafico: elaborazione Futuro Prossimo su comunicazioni dei produttori e cronaca. Le date di autunno 2026 e del Digital Fairness Act sono attese, non fatti compiuti.

Un oggetto, due strati: l’involucro è vostro, il servizio no

Ho cominciato a ragionare così dopo il quarto caso. Ogni gadget in abbonamento ha due strati, e il contratto li tratta in modo diverso. Quello di sotto è l’involucro: plastica, motore, sensori, batteria. Lo pagate per intero alla cassa, lo portate a casa e lo potete rompere con le vostre mani. Quello di sopra è il servizio, cioè la mappa nel cloud, l’assistente, l’account, l’aggiornamento, e le condizioni d’uso lo chiamano di solito licenza.

La prova pratica costa un minuto: chiedetevi quanto vale l’involucro il giorno dopo lo spegnimento. Il Car Thing vale zero. Il Nest vale quanto un termostato a manopola, con in più la vergogna di averlo pagato come un computer. Il Wemo vale quanto una presa, e solo se parla HomeKit o Thread. Il robot di Neato vale quanto un pulsante.

L’articolo 832 del codice civile dà al proprietario il diritto di godere e disporre della cosa in modo pieno ed esclusivo. Il verbo che si inceppa, in tutti questi casi, è godere. La disposizione resta intatta, perché nessuno vi impedisce di buttare l’oggetto nella raccolta differenziata dell’elettronica, e anzi, sarà l’unico gesto che nessun server potrà revocare.

Cosa raccontavo nel 2019: la casa del futuro stava tutta nel cloud

Nel luglio 2019 scrissi per FP come sarebbe stata la smart home dieci anni dopo. La sveglia suonava in anticipo perché aveva letto la mia agenda nel cloud. La doccia si accendeva da sola, e la sera trovavo un pacco consegnato da un drone: sciroppo per la tosse, ordinato dai sensori del bagno. Lo definii io stesso una versione forse un po’ ottimista, e citavo Berg Insight, secondo cui 63 milioni di case americane sarebbero diventate smart entro il 2022.

Rileggendolo oggi mi accorgo di una dimenticanza. In tutta la mia giornata immaginaria c’era un cloud, e mancava qualcuno a cui appartenesse. Nel 2020 raccontammo le Functions on Demand di Audi. Gli optional già montati sull’auto si attivano e si disattivano da un’app, e dopo l’acquisto il backend invia alla vettura, via rete mobile, un pacchetto di dati firmato.

Nel 2024 toccò alla fine dell’auto di proprietà, con Honda che dichiarava di voler spostare l’attenzione dalle vendite di hardware, un incasso che non si ripete, ai servizi che continuano dopo la vendita. In fila le tre date disegnano una traiettoria prevedibile, e io l’ho descritta con un tono a metà tra l’ammirato e il divertito. Nel 2020 un optional spento da remoto sembrava una curiosità tedesca. Oggi ci sono di mezzo un robot aspirapolvere e un termostato.

SmartThings e Alexa+: il canone arriva quando ormai ci siete dentro

Samsung ha deciso che l’accesso alle API di SmartThings, finora gratuito, costa circa 4,60 euro al mese (55 euro l’anno) per chi lo usa da Home Assistant e da app di terzi. Le fasce dipendono dalla frequenza delle chiamate. Le fonti divergono sul giorno esatto e concordano sull’autunno 2026. Chi aveva scelto Samsung per la sua apertura si ritrova con una voce di spesa che non aveva messo nel conto.

Alexa+ costa 22,99 euro al mese a chi non ha Prime, ricorda Telefonino, mentre per gli abbonati Prime (4,99 euro al mese, 49,90 l’anno) resta compresa. Dodici mesi di Alexa+ da soli fanno circa 276 euro, cioè più di cinque volte e mezzo Prime intero. Il canone autonomo, se lo leggo bene, serve soprattutto a far sembrare Prime un regalo, e fa dell’assistente vocale uno dei gadget in abbonamento più eleganti sul mercato.

Costo annuo in euro dei canoni dei gadget in abbonamento, confrontato con Amazon Prime
Grafico: elaborazione Futuro Prossimo su prezzi dichiarati da produttori e testate. Valute estere convertite in euro al cambio di 0,92.

Il conto annuo di quattro oggetti già pagati

  • Alexa+ senza Prime: circa 276 euro all’anno
  • Humane AI Pin: circa 265 euro all’anno, per circa dieci mesi
  • Futurehome: circa 107 euro all’anno
  • SmartThings via API: circa 55 euro all’anno

Dove finisce la legge: «ragionevolmente», i dati e 1,3 milioni di firme

Per i gadget in abbonamento la norma europea di riferimento è la direttiva 2019/771 sulla vendita di beni con elementi digitali, che obbliga il venditore a fornire gli aggiornamenti per il periodo che il consumatore può ragionevolmente aspettarsi. Il Car Thing è durato meno di tre anni e il primo Nest quattordici. La direttiva non indica un numero di anni, e l’unità di misura resta un avverbio.

Il regolamento sui dati (UE 2023/2854, il Data Act) si applica dal 12 settembre 2025 e dà all’utente il diritto di accedere ai dati che un prodotto connesso genera. I dati, si badi: il servizio che li trasforma in un termostato che funziona resta nelle mani di chi lo gestisce. In Italia il decreto legislativo 176/2026, pubblicato il 7 ottobre e in vigore dal 22, ha toccato garanzia legale e riparazione per i contratti conclusi dal 31 luglio 2026. Il robot di Neato, comprato nel 2018, ne resta fuori per ragioni di calendario.

All’orizzonte c’è il Digital Fairness Act, la cui bozza è attesa l’11 novembre 2026. Dovrebbe occuparsi di interfacce ingannevoli e di abbonamenti difficili da disdire, e alcuni osservatori temono una duplicazione di norme già esistenti. C’è poi la storia di Stop Killing Games, l’iniziativa dei cittadini europei che ha raccolto più di 1,3 milioni di firme per chiedere che i giochi venduti non vengano resi ingiocabili. La Commissione ha scelto di non proporre una legge e di appoggiare un codice volontario, e gli organizzatori puntano ora sul Parlamento e proprio sul Digital Fairness Act.

Le ragioni dell’altra parte: un server costa, e il canone lo paga

Per correttezza va detta anche la versione dei produttori, che non è sciocca. Un server acceso costa elettricità e manutenzione, e un prodotto che non si vende più smette di coprire quei costi. Spotify ha motivato lo spegnimento del Car Thing con la domanda scarsa. Il canone di Futurehome, arrivato quando l’azienda era già in bancarotta, si può leggere come il tentativo di tenere in vita un servizio che altrimenti si sarebbe fermato da solo.

Il punto debole sta nella contabilità del venditore. Chi vende un gadget in abbonamento incassa il margine sull’hardware il primo giorno, e a mio avviso incassa anche gli anni di servizio che promette in modo implicito: i 643 euro dell’AI Pin comprendevano una promessa di funzionamento, e la promessa aveva una durata sottintesa. Se la durata è sottintesa, la fissa di fatto chi spegne il server.

Una data di scadenza stampata sulla scatola, come quella dello yogurt, costerebbe al produttore un’ammissione e al compratore un’informazione. Lo scambio mi sembra onesto, e infatti nessuno lo propone spontaneamente.

Come si esce: standard aperti, server in casa e un pin che conta i byte

La notizia buona sta dentro la cattiva. I Wemo che lavorano con HomeKit o con Thread hanno continuato a funzionare dopo il 31 gennaio 2026, e questo significa che uno standard aperto sopravvive al proprio produttore meglio di qualunque promessa commerciale. Home Assistant, la piattaforma libera che Telefonino indica come alternativa ad Alexa e a Google Home, ha visto crescere l’interesse proprio mentre i canoni si moltiplicavano. Il paradosso di Samsung è che il suo nuovo canone colpisce soprattutto chi in Home Assistant aveva cercato una via d’uscita.

Esiste anche chi costruisce nella direzione opposta. Su queste pagine abbiamo raccontato PHNTM One, una scatola con un Raspberry Pi 5 da 8 GB e uno schermo tattile da 10,1 pollici che ospita un’IA locale. Chi l’ha costruita, Jacob DeCamp, l’ha messa alla prova in modo curioso: ha contato 1.520 byte in transito nei due sensi, 760 dei quali in uscita, spesi tutti a chiedere l’ora a un server pubblico. Il modello genera circa 3 pezzetti di parola al secondo, e la misura è sua. L’indipendenza si paga in lentezza, ma almeno si può misurare, cosa che con un gadget in abbonamento nessuno ha mai potuto fare.

Cosa può cambiare entro il 2029 per chi compra oggetti connessi

Scrivo il 7 novembre 2026 e metto a verbale una previsione: entro la fine del 2027 almeno un grande marchio di robot o di elettrodomestici venderà «funziona anche senza i nostri server» come voce di listino, con un bollino sulla scatola. Gli ostacoli sono due. La bozza dell’11 novembre potrebbe arrivare senza un obbligo di durata minima del servizio, e i produttori citeranno il costo di tenere acceso un server per un prodotto vecchio. Ne trarrà vantaggio per primo chi compra standard aperti come Thread e HomeKit. Il limite è semplice: un bollino si stampa in un giorno, un server si spegne dopo anni.

Connessi e costretti: l’appunto personale

Fin qui ho tenuto il tono del cronista, adesso lo poso. Quello che mi dà fastidio riguarda il verbo. Quando pago un oggetto, mi hanno insegnato a dire che lo possiedo, e quando lo pago ogni mese a un’azienda lontana il verbo giusto sarebbe affittare, ma nessuno mi ha chiesto di cambiarlo. Un contratto d’affitto ha una durata e un prezzo scritti, e la data di fine si conosce prima. Qui la data di fine arriva con un’email, di solito di martedì.

Dalle mie parti esiste una vecchia parola per chi chiede una quota mensile affinché la tua bottega resti in piedi. La lascio nel cassetto, tanto la conoscete già, e anche perché le aziende di cui ho parlato hanno un bilancio trimestrale e un ufficio legale che risponde con garbo. Si irritano meno, immagino, quando c’è una ricevuta.

Mi irrita anche il lessico dei comunicati, quello delle «sospensioni del servizio» e dei «cicli di vita» che si concludono. Il Car Thing, nella lingua di chi l’ha spento, ha finito un ciclo. Nella mia lingua l’ho pagato circa 83 euro e non ha avuto nemmeno un funerale. Mi arrabbio, lo ammetto, per qualcosa di più semplice dei 4,60 euro al mese. L’obsolescenza programmata aveva almeno la decenza di lasciarti l’oggetto rotto in mano. La sua versione aggiornata lo lascia intatto e muto, spento da un’altra città, con un comunicato pieno di rammarico e di date. Il robot aspirapolvere del novembre 2018, intanto, aspira ancora ogni volta che qualcuno preme l’unico pulsante rimasto, e guardandolo così, perfetto e zitto, mi chiedo quanti gadget in abbonamento ci siano nelle nostre case senza che nessuna fattura lo dichiari.