Si chiamava BLU-26, pesava poco più di un chilo e aveva la forma di una palla da tennis in acciaio. Gli americani la sganciarono sul Laos tra il 1964 e il 1973, a decine di milioni di esemplari, e una quota consistente non esplose mai. Sessant’anni dopo quelle sfere sono ancora lì, sotto i campi di riso, e i bambini laotiani le raccolgono perché sembrano giocattoli. Tengo a mente quell’oggetto mentre leggo che la Corea del Nord ha testato una nuova testata cluster per missili da crociera.
Il test è di lunedì 2 novembre. Lo ha annunciato la KCNA, agenzia di stato, con la consueta prosa marziale.
Cosa dice Pyongyang di aver fatto
Due cose, in realtà. La prima riguarda la potenza distruttiva di una testata a dispersione di taglia media, che secondo il Warhead Institute nordcoreano può ridurre in cenere un’area compresa tra 5 e 6 ettari “alla massima densità di potenza”. La seconda riguarda la traiettoria: il Cruise Missile System Institute sostiene di aver migliorato la manovrabilità terminale del missile al punto da consentirgli un attacco verticale, cioè una picchiata finale dall’alto che tiene conto della conformazione del terreno attorno al bersaglio.
A supervisionare c’era il generale Kim Jong-sik, membro della Commissione militare centrale del Partito dei Lavoratori. Il direttore della Missile Administration ha parlato di “potenza di combattimento pratica” e ha aggiunto che diversificare i sistemi d’arma è ormai una questione urgente.
Di gittata, profilo di volo e modifiche tecniche non è stata detta una parola. Nessuna conferma indipendente esiste, su nessuno dei due punti, e vale la pena ripeterlo adesso invece che in fondo: tutto quello che sappiamo arriva da un’agenzia governativa che non ha mai pubblicato un fallimento.
Due giorni prima, il 31 ottobre, c’era stato un altro collaudo. Una testata a grappolo “Tipo 2 standard” per missili balistici tattici, dichiarata capace di devastare tra 12 e 13 ettari. Le due cifre sono separate e riguardano armi diverse, il che dice qualcosa sulla direzione del lavoro: la stessa logica applicata sia al vettore balistico sia a quello da crociera.
6 ettari, misurati con il metro di Seul
L’ettaro è un’unità agricola. Serve a misurare vigneti, non obiettivi militari, e proprio per questo non dice niente a nessuno. Proviamo a convertirla: 6 ettari sono circa 8 campi da calcio regolamentari affiancati, 13 ettari ne fanno quasi 18.
Esiste però un secondo modo di leggere quei numeri, e la fonte non lo fa. Seul ha una densità abitativa che si aggira sui 15.700 abitanti per chilometro quadrato. Fatte le proporzioni, 6 ettari di quella città contengono in media poco meno di 1.000 persone; i 13 ettari della testata balistica ne contengono circa 2.000. Sono medie grossolane, ovvio, e la distribuzione reale cambia con l’ora del giorno e con il quartiere. Ma danno l’ordine di grandezza giusto a una frase che altrimenti suona come un bollettino catastale.
I numeri dichiarati dai due collaudi di fine ottobre
2 novembre 2026: testata a dispersione di taglia media per missile da crociera strategico, area dichiarata 5-6 ettari. Testata anche la capacità di attacco verticale in fase terminale.
31 ottobre 2026: testata a grappolo “Tipo 2 standard” per missili balistici tattici, area dichiarata 12-13 ettari.
Le categorie di testate cluster annunciate dalla Missile Administration sono 4, differenziate per finalità d’impiego. Fonte unica: KCNA, ripresa da Interesting Engineering. Nessuna verifica indipendente su gittata, carico utile o numero di submunizioni.
Una testata cluster e un trattato che in pochi hanno firmato
Le munizioni a grappolo hanno un problema noto da decenni: una percentuale delle submunizioni non detona all’impatto e resta sul terreno come mina antiuomo involontaria. Per questo nel 2008 è nata la Convenzione di Oslo, che ne vieta uso, produzione e stoccaggio. L’hanno ratificata oltre 110 Stati.
Non l’ha firmata la Corea del Nord. Non l’hanno firmata nemmeno la Corea del Sud, gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’India e Israele. Nel 2023 Washington ha consegnato munizioni a grappolo all’Ucraina, e nel 2025 la Lituania è uscita dalla Convenzione, prima firmataria a farlo. In altri termini, l’arma che Pyongyang sta sviluppando appartiene alla stessa famiglia che mezzo mondo ha dichiarato inaccettabile e l’altro mezzo continua a maneggiare. Il confine tra chi è fuorilegge e chi no, qui, è disegnato da chi possiede cosa.
Il contesto non aiuta. Nelle ultime settimane la Corea del Nord ha provato droni d’attacco, un sistema siluro a guida di precisione e un missile ipersonico a raggio intermedio. È una sequenza fitta, calibrata su un calendario politico americano che in queste settimane ha altre priorità, e che a Washington si misura soprattutto in buste elettorali da contare. Fare notizia quando nessuno guarda è una tecnica vecchia quanto la propaganda.
Da qui alla consegna ai reparti: cosa manca davvero
Tempi dichiarati: la Missile Administration punta a rendere disponibili ai reparti le 4 categorie entro la fine del 2026, lasciando ai comandi la scelta in base al bersaglio.
Ostacoli concreti: produrre submunizioni con tassi di mancata detonazione accettabili richiede controllo qualità industriale. La manovra verticale terminale su un missile da crociera chiede sensoristica e software di guida che nessuno ha visto. E un’arma ad area resta inutile senza ricognizione in tempo reale sul bersaglio.
Da pesare con cautela: la scadenza e le prestazioni vengono dalla stessa fonte che le ha annunciate. Un collaudo riuscito non è una linea di produzione.
Il punto che nessuno dei due lati solleva
Un’arma a dispersione non serve a colpire un bunker. Serve a saturare un’area dove ci sono molte cose piccole e sparse: mezzi, batterie, uomini all’aperto. Montarla su un missile da crociera strategico, con una picchiata finale che aggira i rilievi, significa immaginare bersagli lontani dal confine. È una scelta progettuale, e le scelte progettuali dicono sempre più dei comunicati.
Resta il fatto che per adesso abbiamo solo delle cifre in ettari e un generale che sorveglia da una collina. Nessuno fuori dal Paese ha visto il cratere. Nessuno sa quante submunizioni contenga quella testata cluster, né quante ne resterebbero intatte sul terreno dopo l’impatto, che poi è l’unico numero che conta davvero quando la guerra finisce e qualcuno deve tornare a seminare. In Laos stanno ancora bonificando, 50 anni dopo. Quanto tempo passerà, la prossima volta, prima che un campo torni a essere un campo?